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Fine estate, energia al minimo? Il magnesio come reset naturale
Con la fine dell’estate, è probabile avvertire un calo di energia unito a una maggiore fatica fisica, difficoltà di concentrazione e sbalzi d’umore. Questa sensazione di spossatezza può essere legata a carenza di magnesio, minerale essenziale per il nostro benessere psicofisico. In questo periodo di transizione dalla stagione calda a quella autunnale, il magnesio può diventare un vero alleato per “resettare” corpo e mente, aiutando a ritrovare l’equilibrio necessario per affrontare il cambio di stagione.
Spossatezza estiva: ecco da cosa dipende
Il passaggio dall’estate all’autunno rappresenta una fase di adattamento importante per l’organismo. Dopo essersi abituato a settimane di caldo intenso, esposizione solare, giornate più lunghe e ai classici ritmi estivi, il corpo si trova improvvisamente a fronteggiare:
- riduzione delle ore di luce, che influenza i ritmi circadiani e la produzione di melatonina e serotonina
- ritorno a ritmi frenetici lavorativi e scolastici
- possibile alimentazione sbilanciata durante le ferie
- perdita di sali minerali legata alla sudorazione abbondante nei mesi estivi
Ognuno di questi fattori incide sulla nostra energia fisica e mentale e, certamente, sui livelli di magnesio nell’organismo.
Magnesio: il minerale che ci dà energia
Il magnesio è uno dei minerali più importanti per il nostro benessere e che sostiene muscoli e mente. Il magnesio prende parte a oltre 300 reazioni biochimiche nel corpo e svolge un ruolo chiave nella produzione di energia, nella sintesi proteica, nella trasmissione degli impulsi nervosi, contrazione e rilassamento muscolare, regolazione della pressione sanguigna e del battito cardiaco e nella salute di ossa e denti.
Se il nostro organismo è carente di magnesio, possono manifestarsi alcuni sintomi molto comuni, oltre alla stanchezza già sopra citata. Per esempio:
- crampi muscolari
- mal di testa ricorrenti
- insonnia o sonno disturbato
- difficoltà di concentrazione
Vi sono alcune categorie di persone – come le donne in gravidanza e gli sportivi- che sono più esposte al rischio di carenza di questo minerale. Tra queste, figurano anche le persone che seguono una dieta povera di verdure e cereali integrali, e i soggetti sottoposti a forte stress.
Reset naturale con magnesio: quando gli integratori possono aiutare
Il magnesio,è contenuto in diversi alimenti: dalle verdure a foglia verde ai legumi, frutta secca e semi, cereali integrali, cioccolato fondente, ecc. Gli integratori a base di magnesio possono rappresentare una soluzione pratica ed efficace, quando il cibo che assumiamo non basta da solo a coprire il fabbisogno giornaliero, cheper gli adultisi attesta intorno ai 240-400 mg. Nel periodo che segna la fine dell’estate può essere utile scegliere una formulazione che agisca su più fronti: energia, equilibrio elettrolitico, sistema nervoso e muscoli, come Magnesio Supremo Potassio+, a cui abbiamo già dedicato una news approfondita su HealthVerse. La sua formula combina magnesio marino con potassio, fosforo e vitamine C, B2 e B12, fondamentali per la produzione di energia e la riduzione della fatica mentale.
La stanchezza di fine estate non è solo una questione di stress post-vacanze: può essere un segnale che invita a rallentare, a nutrirsi meglio e a sostenere l’organismo assumendo del magnesio per ritrovare energia, equilibrio e concentrazione.
Gambe leggere contro il caldo: come migliorare la microcircolazione
Affaticamento, gonfiore, formicolio e senso di pesantezza: sono le sensazioni più comuni provocate dal grande caldo estivo, e che sono correlabili ad alterazioni della funzionalità del microcircolo periferico. Le temperature elevate possono, infatti, compromettere la salute delle gambe: il caldo determina una naturale vasodilatazione, rendendo più difficile il ritorno del sangue venoso verso il cuore. Cosa comporta tutto ciò? Una circolazione sanguigna più lenta, con ristagni nei distretti periferici e un conseguente aumento della pressione nei piccoli vasi. Questo processo può favorire l’infiammazione locale e la formazione di edemi: i sintomi più noti, oltre a quelli già citati, possono includere anche dolore o prurito.
Microcircolo e gambe pesanti: un legame da non sottovalutare
Il buon funzionamento del microcircolo è essenziale per la salute delle nostre gambe. Parliamo di una rete di minuscoli vasi che porta ossigeno e nutrienti ai tessuti e ne rimuove le scorie. Se questa rete non lavora in modo efficiente, si creano accumuli di liquidi e scorie metaboliche, che causano sintomi tipici come affaticamento, gonfiore e prurito. Le cause possono essere molteplici: invecchiamento, predisposizionegenetica, vita sedentaria, alimentazione sbilanciata, sovrappeso o gravidanza. È importante sottolineare che alterazioni del microcircolo non sono quasi mai temporanee, e, se trascurate, tendono a ripresentarsi ciclicamente, soprattutto con l’arrivo dell’estate.
Le strategie più efficaci per alleggerire le gambe
Sono varie e spaziano dall’aumentare l’attività fisica, al migliorare l’alimentazione e lo stile di vita, semplici accorgimenti che, se ripetuti con costanza, possono davvero apportare benefici. Camminare, pedalare, nuotare o anche solo fare brevi esercizi di stretching ogni ora durante il lavoro, sono abitudini importanti per stimolare la circolazione venosa e prevengono la formazione di ristagni. Anche l’idratazione è importante: bere almeno almeno 1,5-2 litri al giorno favorisce il corretto funzionamento del microcircolo. Una dieta ricca di frutta, verdura, cereali integrali e povera di sale, migliora il drenaggio dei liquidi. Sollevare le gambe, sopra il livello del cuore, facilita il ritorno venoso; lo stesso dicasi per un massaggio eseguito dal basso verso l’altro, con piccoli movimenti regolari, per stimolare il flusso venoso e linfatico.
Quando è il momento di consultare un medico?
Se gonfiore, pesantezza o formicolio alle gambe persistono, è sempre bene rivolgersi a uno specialista. In particolare, condizioni come ipertensione, obesità, diabete o familiarità con disturbi circolatori richiedono un monitoraggio più attento da parte di un angiologo o flebologo.
Il benessere delle gambe parte dalle piccole abitudini
Affrontare il caldo estivo con gambe leggere è possibile, ma richiede un’attenzione quotidiana. Microcircolazione e salute delle gambe, infatti, sono strettamente legate: migliorare l’una significa proteggere l’altra. Bastano piccoli gesti, ripetuti nel tempo, per vivere una routine estiva più leggera.
Caldo e cistiti: proteggere la salute intima femminile
Estate e benessere intimo: parliamo di un equilibrio delicato. Temperature elevate, abbigliamento sintetico, sabbia, cloro e umidità possono alterare la flora vaginale, rendendo più vulnerabile la zona intima a infezioni, bruciori e fastidi ricorrenti. Tra le problematiche più comuni c’è la cistite, un’infiammazione della vescica urinaria, spesso dovuta a un’infezione batterica, che colpisce una donna su due almeno una volta nella vita. Il più delle volte si tratta di un disturbo che tende a ripresentarsi proprio nei mesi più caldi, complici la sudorazione abbondante, la scarsa idratazione e la permanenza prolungata in costumi umidi.
Supportare il microbiota: un aiuto in più nei periodi critici
In estate può essere utile sostenere il microbiota vaginale con un’integrazione adeguata e specifica. Alcuni ceppi di lattobacilli selezionati (per esempio L. rhamnosus; L. gasseri; L. crispatus) sono noti per la loro azione benefica sull’ecosistema vaginale. Agiscono infatti favorendo la protezione della mucosa, producendo sostanze antibatteriche naturali e ripristinando un ambiente ostile ai patogeni. Anche l’associazione tra salute intestinale e vaginale non va sottovalutata: un intestino in equilibrio, infatti, favorisce anche un microbiota vaginale più stabile, riducendo il rischio di migrazione dal tratto intestinale di batteri indesiderati come l’Escherichia coli.
Escherichia coli: il batterio più insidioso e comune
La maggior parte delle infezioni urinarie estive ha una causa ben precisa: l’Escherichia coli. Questo batterio, normalmente presente nell’intestino, può migrare nell’uretra e causare infezioni quando il sistema di difesa locale è più debole.
Una barriera vaginale sana e un microbiota intimo in equilibrio rappresentano la prima linea di difesa contro la sua proliferazione. Il passaggio del batterio Escherichia coli verso le vie urinarie è facilitato da fattori esterni, come l’uso prolungato di indumenti umidi o sintetici, ma anche da una scarsa igiene intima, o da rapporti sessuali non seguiti da adeguata idratazione e igiene.
Il ruolo del microbiota vaginale nella prevenzione
Il microbiota vaginale è una comunità di microrganismi formata principalmente da lattobacilli, che proteggono la mucosa genitale da infezioni e infiammazioni. Quando questi batteri sono in equilibrio, mantengono il pH acido ostacolano la crescita dei patogeni e rafforzano le difese immunitarie locali. Tuttavia, fattori come l’uso prolungato di antibiotici, stress, alimentazione squilibrata, contraccettivi ormonali o la stessa sudorazione estiva, possono alterare questo ecosistema. Un microbiota alterato è un terreno fertile per infezioni urinarie e vaginali, come la cistite.
Mantenere un microbiota vaginale in equilibrio rappresenta un meccanismo chiave nella protezione contro le infezioni, in particolare quelle causate da Escherichia coli. Interventi mirati assunzione di probiotici specifici, corretta igiene intima, idratazione adeguata e scelta di indumenti traspiranti, possono contribuire significativamente a ridurre l’incidenza delle infezioni urinarie ricorrenti. Promuovere la salute del microbiota vaginale, anche in relazione all’equilibrio intestinale, è un’utile strategia, che si fonda su basi microbiologiche e cliniche consolidate.
Essere un medico internista oggi: intervista al Presidente FADOI Francesco Dentali
A far conoscere al grande pubblico la figura del medico internista è stato senza dubbio il medical drama “DOC – Nelle tue mani” con protagonista Luca Argentero. In Italia i medici internisti sono circa 11.000 e sono 1 milione i pazienti di cui si prendono cura ogni anno. Rispetto agli altri Paesi europei, il nostro è primo al mondo per iperspecializzazione: tuttavia, il paziente con una singola patologia ormai non esiste più. Francesco Dentali, Presidente nazionale FADOI (Federazione delle Associazioni Dirigenti Ospedalieri Internisti), racconta quanto sia cambiata la sua visione della medicina interna rispetto al passato.
In Italia l’aspettativa di vita di uomini e donne è cresciuta, ad oggi si aggira intorno agli 81 anni per gli uomini e gli 85 anni per le donne: siamo tuttavia il Paese in cui gli ultra sessantacinquenni presentano più co-patologie: nel senso che il numero di ultra sessantacinquenni privi di co-patologie è al 35° posto in Europa. Per questa ragione, per il dott. Dentali, oggi la medicina interna presuppone una presa in carico totale del paziente. “Il medico internista è una sorta di medico di medicina generale, ma ad un livello diverso. Ci occupiamo di terapia sub intensiva, facciamo ecografie, prendiamo tutti gli accessi venosi e arteriosi, ventiliamo i pazienti in maniera non invasiva. Forniamo ai pazienti un’intensità di cura che, purtroppo sul territorio semplicemente non è possibile”.
Il medico internista, tra competenze tecniche e umane
La gestione del paziente è molto delicata poiché, il più delle volte, riflette anche un problema sociale: si tratta di persone che vivono in casa da sole o in dormitori, e che non sono in grado di svolgere diverse attività in modo autosufficiente. Per questo, il medico internista ha grandi competenze non soltanto tecniche e professionali, ma anche umane. “Io sono uno specialista in ambito cardiovascolare. Tuttavia, se dovesse capitarmi un paziente affetto da polmonite, avrei la necessità di essere in grado di poterlo gestire. È opportuno avere competenze tecniche multidisciplinari, che vadano al di là della singola materia. Non esiste, ad esempio, un paziente ricoverato che non abbia un’insufficienza renale.
O ancora: il 30% dei nostri pazienti è diabetico, il 90% di loro è iperteso, più del 50% è dislipidemico”, chiarisce il dott. Dentali. BPCO – Broncopneumopatia cronica ostruttiva – e scompenso cardiaco sono le prime due cause di ricovero in medicina interna. “Il 70% di tutti gli scompensi cardiaci è ricoverato nel reparto di medicina interna, così come quasi l’80% delle BPCO riacutizzate. È possibile che arrivi un paziente con scompenso cardiaco e con anche una BPCO in anamnesi. Il nostro compito è di fare una revisione di tutta la terapia. Nell’ultimo anno e mezzo stiamo vaccinando i pazienti al termine del ricovero. Si tratta di individui chiaramente fragili, il 10-12% di loro si trova nell’ultima fase della vita. Sono pazienti che necessitano o meriterebbero uno o più vaccini. Il fatto di vaccinarli prima di dimetterli è un vantaggio non trascurabile: una volta fuori, non è detto riusciranno ad avere un contatto immediato con la sanità.
Per questo, assicuriamo loro un servizio di prevenzione che fuori dall’ospedale potrebbero non riuscire ad avere”. Gli aspetti sociale e umano delle cure stanno diventando importanti tanto quanto le competenze tecniche: “A volte la competenza tecnica è addirittura meno importante. Se il paziente durante il ricovero non mangia, tutto ciò che facciamo non servirà. Il nostro lavoro è una missione: non abbandonare i pazienti. Non possiamo prescindere dall’aspetto umano, che migliora addirittura le loro prognosi. Il 50%-60% di loro, durante il ricovero, è soggetto a episodi di delirium: uno stato di disorientamento acuto che può essere esplosivo o depressivo. Chi va incontro a questo stato, ha una mortalità tre volte maggiore e in alcuni casi non torna più quello di prima”. Secondo il dott. Dentali, per ovviare a questa condizione, è opportuno integrare delle semplici attività mirate a fare compagnia al paziente: parlare con lui, rendere più domestica la stanza anche solo fissando un orologio alla parete, leggere il giornale. “È anche necessario creare una relazione stretta e umana con i volontari ospedalieri.
A Varese c’è l’Associazione AVO, che ci aiuta nel dare ulteriore supporto ai pazienti. Con loro stiamo mettendo a punto un progetto con delle bambole di pezza da dare alle persone dementi o in stato di pre-demenza: se adeguatamente seguite, queste persone possono accudire queste bambole e i risultati sono incredibili”. Ciò è possibile grazie alla collaborazione degli infermieri e dei volontari. È importante crederci. “I medici internisti sono molto in contatto con i pazienti oncologici: se fanno terapia attiva si trovano nel reparto di oncologia, se tuttavia sviluppano delle complicanze ulteriori non faranno più terapia attiva e passeranno al reparto di medicina interna. Il vero luogo della sofferenza dei pazienti è la medicina interna”.
Essere un medico internista è una scelta umana
In Italia ci sono 10.800 medici internisti. FADOI ne rappresenta 5200, quasi il 50%: per una Società scientifica è un numero alto. Tra tutte le branche della medicina, i medici internisti hanno certamente degli svantaggi competitivi: quasi sempre si lavora nel Sistema Sanitario Nazionale, senza poter svolgere attività privata. “È più una questione di come si vive la cura. Noi vogliamo fare il meglio possibile per i nostri pazienti. Siamo più vicini alla complessità e alla loro umanità. Farlo nel modo giusto cambia la prognosi. In Italia abbiamo 4 milioni di persone di oltre 65 anni che non sono in grado di badare a sé stesse. Un medico internista sa che deve avere altri obiettivi oltre la guarigione: far star bene il paziente, fosse anche solo farlo respirare meglio”.
Non bisogna limitarsi a curare un paziente per la patologia per cui è stato ricoverato, ma cercare di curare tutto il possibile: “Innanzitutto lo si fa per il paziente, e poi anche perché siamo uno dei Paesi con il numero di posti letto più basso per abitanti. Un altro aspetto importante riguarda anche il fatto che la medicina interna abbia tutti gli ambulatori di prevenzione cardiovascolare: se arrivano nuovi farmaci, lo specialista di riferimento diventa il cardiologo. Tuttavia, anche gli internisti sono importanti: noi il paziente lo vediamo in diversi momenti”.
Medici internisti e terapie farmacologiche
“Quando ho iniziato, 25 anni fa, c’era la regola del 5: se un paziente assumeva 5 farmaci, bisognava fare il possibile per toglierne uno. Come medico internista, il mio compito è quello di provare a offrire la terapia migliore al mio paziente: devo senz’altro conoscere i farmaci più innovativi”. Secondo il dott. Dentali, sono importanti due fattori: l’interazione propria dei farmaci e la tollerabilità. “Ci sono dei dati interessanti sui pazienti cardiopatici ischemici: a un anno di distanza, solo il 60% di loro prende l’anti- aggregante piastrinico. Significa che il 40% non lo assume.
Di nuovo, entra in ballo la componente umana che è importante: il mio obiettivo, ossia quello di fargli assumere il farmaco, deve diventare anche il suo obiettivo. Certo, se il paziente tollera male un dato farmaco, è difficile che poi lo prenderà”. Per qualsiasi patologia tra quelle prevalenti, utilizzare la migliore terapia, ha un effetto superiore rispetto a quello di qualsiasi innovazione terapeutica. Ciò vale per tutti i pazienti. Un medico internista deve avere ben chiaro l’ambito in cui sta attuando la revisione terapeutica, che è più che mai necessaria, soprattutto perché oggi l’accesso alla sanità è difficile. “Credo molto che a un livello di intensità di cure più basso, il centro della cura debba essere il medico di medicina generale.
A un livello un po’ più complesso, di quella fascia di pazienti che poi vengono dimessi, il centro della curva dovrebbero essere gli internisti con, come satellite via via più importante, gli altri specialisti. Abbiamo ottimi rapporti con i cardiologi, gli endocrinologi, gli pneumologi. Stiamo cercando di fare rete soprattutto per quelle patologie ad alta prevalenza”.
Essere un medico internista in Italia
Il ruolo del medico internista in Italia non è sufficientemente valorizzato, come d’altro canto le specialità ospedaliere in generale: in ogni ospedale dev’esserci un medico di pronto soccorso o di medicina d’urgenza, un anestesista, un chirurgo, un internista ed eventualmente l’ortopedico. Tutte queste specialità sono le meno gettonate tra i giovani, che scelgono per lo più dermatologia, oculistica, chirurgia plastica, otorinolaringoiatria. “Non è un caso, bisognerebbe rendere le nostre specializzazioni molto più attrattive. Nel rapporto con il paziente è chiaro siano le più complesse, perché hanno a che fare con la vita e la morte.
Tuttavia, quello del medico internista è un lavoro davvero soddisfacente, appagante, perché ha in sé il privilegio di far stare bene le persone.
L’importanza di fare rete con le aziende
“In questo lavoro splendido abbiamo bisogno di tante cose: i medici internisti hanno bisogno delle aziende per fare sempre il meglio possibile per i pazienti, attraverso gli aggiornamenti. Bisogna che le aziende imparino ad ascoltare i bisogni del medico. È necessario essere tutti uniti per il bene dei pazienti. Avere una classe dirigente di medici, aziende e pazienti tutti dalla stessa parte, è fondamentale”. Secondo il dott. Dentali, l’azienda deve porsi come ponte tra pazienti, associazioni di pazienti e ogni altro singolo attore che possa dare una mano.
Movember: perché la prevenzione maschile conta davvero e perché può fare la differenza nella salute della prostata
Ribattezzato Movember, novembre rappresenta un vero e proprio promemoria per ricordare agli uomini l’importanza di fare prevenzione. E soprattutto per incoraggiarli a indebolire tutti quei tabù che ruotano attorno alla salute maschile, attraverso il dialogo e l’ascolto del proprio corpo.
Il peso del ritardo diagnostico negli uomini
Le donne fanno più prevenzione degli uomini: le visite ginecologiche regolari iniziano spesso già in giovane età e diventano parte integrante della cura di sé. Gli uomini, al contrario, molto spesso tendono a evitare i controlli: c’è chi arriva dal medico solo dopo i 60 anni e spesso lo fa perché “sente qualcosa che non va”. Nel frattempo, però, il tempo può aver già giocato un ruolo sfavorevole. Ne abbiamo già parlato su HealthVerse nell’articolo “Prevenzione femminile e maschile: un gap che è possibile colmare”. Esso mette in luce una realtà chiara: in Italia, il 61% della popolazione non si sottopone a screening e visite di controllo regolari, e gli uomini sono i meno virtuosi. Questo atteggiamento porta a un ritardo diagnostico e, di conseguenza, a interventi più complessi, con minori possibilità di trattamento efficace. La prevenzione femminile è sostenuta da un forte rapporto di dialogo con ginecologi, senologi e medici di base. Le donne parlano più facilmente dei propri sintomi, condividono dubbi, si confrontano. Gli uomini, invece, spesso vivono la salute come qualcosa di cui “non parlare”. La figura dell’uomo forte, che non si lamenta, che affronta tutto da solo, è ancora molto radicata. Ma è un’immagine che oggi fa più male che bene. Promuovere cultura, informazione e normalizzazione del dialogo sulla salute maschile è il primo passo per colmare questo gap.
Perché il PSA è un segnale utile
Tra gli strumenti più importanti della prevenzione maschile c’è il dosaggio del PSA (Antigene Prostatico Specifico): sebbene non sia un indicatore che, da solo, permette di diagnosticare il tumore della prostata, è comunque un campanello d’allarme precoce. Un valore alterato del PSA non significa necessariamente malattia, ma indica la necessità di un approfondimento con lo specialista urologo, l’unico in grado di interpretare correttamente la situazione e decidere quali esami effettuare. Prima si rileva un’anomalia, più è possibile gestirla in modo efficace. La visita urologica non è dolorosa, non è invasiva e permette di identificare alterazioni che altrimenti rimarrebbero “silenziose” per anni. È il primo atto concreto di prevenzione maschile.
Il ruolo chiave del testosterone nello sviluppo del tumore alla prostata e l’importanza della diagnosi precoce.
Negli ultimi anni, la storia clinica del tumore della prostata è cambiata in modo significativo, grazie allo sviluppo dei farmaci che agiscono sugli androgeni ed in particolare sul testosterone, l’ormone che più di tutti alimenta lo sviluppo del tumore prostatico, riducendone i livelli e rallentando l’evoluzione della malattia. L’ insieme delle terapie oggi disponibili, ha contribuito a ridurre la mortalità e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Il punto è che queste terapie sono particolarmente efficaci quando la malattia viene riconosciuta nelle sue fasi iniziali. Proprio per questo, la prevenzione è ancora più essenziale. Infatti:
- permette di identificare i casi in fase precoce;
- consente ai medici di attivare strategie terapeutiche più efficaci;
- offre al paziente un percorso più semplice, meno invasivo e con prospettive migliori.
Prevenzione significa anche stile di vita. Accanto alle terapie e ai controlli medici, un’alimentazione equilibrata, l’eliminazione dei fattori di rischio (come fumo e abuso di alcol), il mantenimento di un peso adeguato e l’esercizio fisico regolare riducono l’insorgenza di molte patologie e migliorano la risposta ai trattamenti. La salute maschile merita attenzione, dialogo e consapevolezza. E Movember è un mese abbastanza lungo per ricordarlo.
“Prevenzione è Salute”: una campagna nazionale per promuovere screening e consapevolezza
Le malattie cardiovascolari rappresentano oggi una delle principali cause di mortalità e disabilità nel mondo e in Italia. I dati ci dicono che le patologie del sistema circolatorio sono responsabili del 31% dei decessi nel nostro Paese: ipertensione, ipercolesterolemia, diabete e obesità sono fattori di rischio sempre più diffusi e spesso sottovalutati. Tra i 35 e i 74 anni, il 49% degli uomini e il 39% delle donne è iperteso, sebbene un terzo di loro non sia consapevole della propria condizione. Il 22% della popolazione è ipercolesterolemica e circa il 35% presenta valori borderline. Il diabete riguarda circa 4 milioni di italiani, pari al 6% della popolazione, mentre 4 adulti su 10 si trovano in una condizione di eccesso di peso.
Promuovere la salute cardiovascolare significa agire sulla prevenzione, sulla diagnosi precoce e sulla promozione di stili di vita sani, elementi chiave per ridurre l’incidenza delle malattie croniche e migliorare la qualità della vita.
Un progetto che avvicina i cittadini a screening e consapevolezza
“Prevenzione è Salute” è una campagna nazionale integrata di sensibilizzazione, educazione e screening, nata da un progetto di Summeet e Inrete, con il contributo non condizionante di Recordati e la collaborazione tra istituzioni sanitarie, società scientifiche, associazioni di pazienti e professionisti della salute. L’obiettivo è diffondere la cultura della prevenzione, favorendo una maggiore consapevolezza sui fattori di rischio e sull’importanza della diagnosi precoce, incoraggiando al tempo stesso comportamenti salutari.
Il progetto è stato presentato il 27 ottobre a Roma, presso il Ministero della Salute, in occasione della Conferenza Stampa di lancio. Le prime tappe del tour, che attraverserà l’intero territorio nazionale, si terranno a Milano venerdì 14 novembre e a Varese sabato 15 novembre, con stand dedicati e attività gratuite di screening nelle seguenti aree:
Nell’area cardiovascolare e cardiometabolica, vengono proposti per persone di almeno 40 anni, percorsi di valutazione personalizzati che comprendono la raccolta dell’anamnesi e delle informazioni sullo stile di vita, la misurazione della pressione arteriosa, dell’indice di massa corporea (BMI) e della circonferenza addominale. Sono inoltre previsti test per la valutazionedel rischio di diabete di tipo 2, uno screening metabolico completo (colesterolo, trigliceridi, glicemia), l’auscultazione cardiaca con calcolo dell’indice caviglia-braccio e il test del cammino di sei minuti, utile per la valutazione della capacità cardiorespiratoria.
Nell’area salute della donna, si offrono screening e consulenze dedicate alla salute ginecologica e senologica (dai 30 anni in su). Il percorso include la raccolta dell’anamnesi, la valutazione dei principali fattori di rischio, misurazioni di base come pressione arteriosa, BMI e circonferenza addominale, test per valutare il rischio di diabete di tipo 2 e uno screening metabolico completo. Sono inoltre previsti approfondimenti dedicati alla prevenzione, alla fertilità e alla salute ormonale.
Perché la prevenzione non può più aspettare
Le malattie cardiovascolari e metaboliche, insieme alle patologie oncologiche femminili, rappresentano oggi alcune delle sfide più rilevanti per la salute pubblica in Italia.
Tumore al seno
È la neoplasia più diagnosticata nelle donne, con oltre 55.000 nuovi casi ogni anno. Quasi un quarto dei casi (23%) è attribuibile a fattori di rischio evitabili, come sovrappeso, fumo, consumo di alcol e sedentarietà. Se diagnosticato precocemente, la sopravvivenza a 5 anni supera il 90%.
Tumore all’ovaio
Colpisce circa 6.000 donne ogni anno in Italia. La sopravvivenza a 5 anni è pari al 43%, un dato influenzato dalla diagnosi spesso tardiva. Tra i principali fattori di rischio figurano l’obesità e le mutazioni ereditarie dei geni BRCA1 e BRCA2, che possono essere responsabili fino al 25% dei casi.
Fertilità
In Italia circa il 15% delle coppie ha difficoltà a concepire, e nel 40% dei casi la causa è riconducibile a fattori femminili. La fertilità diminuisce progressivamente dopo i 32 anni, con un calo più marcato dopo i 37. La prevenzione in questo ambito passa attraverso l’educazione alla salute riproduttiva, la diagnosi precoce di patologie come endometriosi o sindrome dell’ovaio policistico, e la promozione di stili di vita favorevoli alla fertilità: controllo del peso, attività fisica regolare, abolizione del fumo e riduzione del consumo di alcol.
Una cultura della salute che parte dalla prevenzione
La campagna “Prevenzione è Salute” intende costruire una nuova cultura della salute pubblica, portando la prevenzione direttamente tra le persone: nelle piazze, nelle comunità e nei luoghi di vita quotidiana. Un approccio che unisce educazione, diagnosi precoce e promozione di corretti stili di vita, per trasformare la prevenzione nella prima e più importante forma di cura.
BookCity Milano 2025: un ciclo di incontri con il contributo non condizionante di Recordati
Dal 10 al 16 novembre 2025, Milano torna a essere città dei libri con la 14esima edizione di BookCity Milano. Il tema scelto quest’anno, Il potere delle idee / Le idee del potere, invita a riflettere su come la cultura, attraverso le parole, possa influenzare la realtà e offrire tutti gli strumenti utili a comprenderla. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il ciclo di incontri “Le parole della cura”, realizzato con il contributo non condizionante di Recordati, dedicato a esplorare le molte dimensioni del prendersi cura – di sé, degli altri e della comunità – attraverso il dialogo tra scienza, emozioni e società.
Quattro parole per raccontare la cura
Gli incontri si svolgeranno domenica 16 novembre a partire dalle 15:00 fino alle 18:00, e saranno ospitati al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia. Centrali, quattro parole chiave: Amore, Benessere, Medicina ed Empatia. Ogni appuntamento è affidato a voci autorevoli del mondo scientifico e culturale, capaci di intrecciare sapere e sensibilità umana.
- Amore, con Antonella Viola, affronta il legame profondo tra biologia e sentimento, indagando come la chimica delle emozioni plasmi la nostra vita affettiva e sociale.
- Benessere, con Annamaria Colao e Stefano Vendrame, propone una riflessione su equilibrio e prevenzione: la salute come scelta quotidiana e consapevole.
- Medicina, con Silvia Bencivelli e Paolo Veronesi, esplora il ruolo della comunicazione scientifica e il valore della fiducia nel rapporto tra medico e paziente.
- Empatia, con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, invita a considerare l’ascolto e la comprensione come strumenti fondamentali di cura, soprattutto in un’epoca di solitudini e fragilità.
Gli appuntamenti sono gratuiti: non sarà necessaria la prenotazione. La capienza è tuttavia limitata a un massimo di 100 posti a sedere.
La cura come linguaggio condiviso
“Le parole della cura” nasce dalla convinzione che la salute non sia solo una condizione biologica, ma una relazione continua tra corpo, mente e società. La parola diventa, così, una forma di cura: raccontare, ascoltare, nominare ciò che si vive significa riconoscerne il valore e aprire spazi di guarigione e consapevolezza. In un tempo segnato da cambiamenti veloci e da nuove vulnerabilità collettive, questo ciclo di incontri intende dare voce alla dimensione umana della scienza, promuovendo una cultura della salute che unisca conoscenza, responsabilità e compassione.
Recordati partecipa a BookCity Milano con l’obiettivo di contribuire a un confronto aperto e costruttivo sul significato contemporaneo della cura. La salute è un ecosistema che intreccia ricerca, emozioni, relazioni e linguaggio: un luogo dove la conoscenza si traduce in benessere condiviso. Il ciclo di incontri “Le parole della cura” offre uno spazio di dialogo e opportunità che unisce scienza ed esperienza umana.
Il programma completo di BookCity Milano è disponibile qui: www.bookcitymilano.it

La nuova medicina è olistica: corpo, mente e natura nella stessa terapia
Negli ultimi anni, il concetto di salute ha subito un’importante trasformazione: non è più visto come semplice assenza di malattia, ma come benessere globale dell’individuo, che coinvolge corpo, mente, stile di vita e ambiente. Questo approccio, definito medicina olistica o medicina integrativa, sta guadagnando sempre più spazio nella pratica clinica. La medicina olistica, certo,non sostituisce quella convenzionale, ma si propone di integrare strategie preventive e supplementi naturali,come fitoterapia, nutraceutici e cambiamenti nello stile di vita, in un percorso di cura personalizzato e centrato sul paziente.
Un approccio integrato: le persone al centro
La differenza chiave dell’approccio olistico è il focalizzarsi sulla persona nella sua interezza, piuttosto che sulla malattia isolata. La medicina integrativa considera l’interconnessione tra corpo, mente, alimentazione, ambiente e fattori sociali, puntando su prevenzione e promozione della salute a lungo termine. Una review pubblicata su Future Integrative Medicine evidenzia come l’uso di nutrienti naturali a supporto sia della mente che del corpo,offra una via promettente per la prevenzione e il miglioramento della qualità della vita.
Fitoterapia e prodotti naturali: sempre più diffusi tra pazienti e medici
L’interesse per la fitoterapia (l’uso medico di piante ed estratti vegetali) è in costante crescita. Una recente review ha rilevato che circa il 40% dei pazienti oncologici utilizza prodotti fitoterapici in combinazione alle cure tradizionali. Tuttavia, è fondamentale che questo avvenga con il supporto di un medico, poiché alcune interazioni con farmaci possono essere rischiose se non correttamente gestite.
Integratori e nutraceutici: il ruolo nella prevenzione e nel benessere
Oltre ai fitoterapici, crescono anche l’interesse e l’utilizzo degli integratori alimentari e dei nutraceutici, ossia alimenti o estratti con benefici sulla salute documentati scientificamente. Si tratta di sostanze che supportano il metabolismo, rafforzano il sistema immunitario e aiutano a prevenire patologie croniche legate allo stile di vita. Secondo i trend 2024 pubblicati dall’American College of Healthcare Sciences, l’uso di nutraceutici rientra in una visione più ampia di “wellness olistico”, dove alimentazione, attività fisica e gestione dello stress diventano strumenti di cura quotidiana.
Personalizzazione delle cure: ogni paziente è unico
La medicina integrativa valorizza la personalizzazione del trattamento, ossia l’adattamento delle cure alle caratteristiche individuali del paziente: genetica, età, stile di vita, alimentazione, condizioni ambientali e psicologiche. Personalizzazione significa scegliere il mix più efficace tra terapia farmacologica, rimedi naturali, interventi comportamentali e strategie preventive. In questo modo, si migliora non solo la risposta clinica, ma anche l’aderenza alla terapia e il benessere generale.
Le sfide della medicina olistica: tra evidenze scientifiche e regolamentazione
Nonostante la crescita dell’interesse e delle pratiche integrate, la medicina olistica deve ancora affrontare alcune criticità importanti. La standardizzazione dei prodotti naturali non è sempre garantita: le evidenze scientifiche per alcune pratiche restano limitate o poco uniformi, oltretutto in molti Paesi manca ancora una regolamentazione chiara sull’uso di integratori e fitofarmaci. Affinché la medicina olistica possa affermarsi come approccio valido e sicuro, è necessario promuovere ulteriori studi clinici, linee guida condivise e formazione continua per tutti i professionisti sanitari coinvolti.
La crescita dell’interesse verso la medicina olistica riflette un cambiamento culturale profondo: le persone vogliono essere protagoniste attive del proprio percorso di salute, cercando soluzioni personalizzate, preventive e naturali, integrate con le terapie convenzionali. Fitoterapia, integratori, alimentazione consapevole, esercizio fisico e gestione dello stress non sono più visti come elementi “alternativi”, ma come strumenti complementari che possono migliorare efficacia, aderenza e qualità della vita dei pazienti.
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